Calcolo del TFR
Inserisci la retribuzione annua lorda (RAL) e gli anni di servizio: stima la quota annua e il TFR totale accantonato.
Come funziona
Ogni anno il datore accantona come TFR circa la retribuzione annua divisa per 13,5. Nel tempo il montante si rivaluta (1,5% fisso + 75% dell'inflazione).
Importante
È una stima lorda semplificata: non include la rivalutazione ISTAT annua né la tassazione separata sul TFR al momento della liquidazione.
Perché si divide per 13,5
Il numero non è arbitrario: viene dalla legge 297 del 1982, che stabilisce di accantonare ogni anno la retribuzione utile divisa per 13,5. È poco meno di una mensilità su tredici, e nella pratica corrisponde a circa il 7,4% della retribuzione annua. Da quella quota si toglie poi un contributo dello 0,50% destinato all'INPS, che è il motivo per cui la cifra effettivamente accantonata è un po' più bassa del conto tondo.
Il TFR non è quindi un premio né una liberalità: è retribuzione differita, cioè una parte dello stipendio già maturata che il datore trattiene e restituisce alla fine del rapporto. Per questo spetta sempre, comunque finisca il rapporto di lavoro: dimissioni, licenziamento, scadenza del contratto, pensione.
La rivalutazione, e perché conta poco quando i prezzi corrono
Il montante accantonato si rivaluta ogni anno di un 1,5% fisso più il 75% dell'inflazione. Negli anni di inflazione bassa è una regola generosa, perché quell'uno e mezzo per cento fisso vale più dell'aumento dei prezzi. Negli anni di inflazione alta è il contrario, e la formula fa perdere potere d'acquisto per costruzione: con i prezzi al 6%, la rivalutazione si ferma intorno al 6% pieno solo per caso, e di solito resta sotto.
Sulla rivalutazione, inoltre, si paga un'imposta sostitutiva ogni anno, che viene scalata dal montante. È il motivo per cui la cifra che si legge in busta paga cresce meno di quanto il conto teorico farebbe pensare.
In azienda o nel fondo pensione
È la scelta che ogni assunto deve fare entro sei mesi, e che quasi nessuno gli spiega. Lasciando il TFR in azienda si ha una rivalutazione modesta ma certa e una liquidità sicura alla fine. Portandolo a un fondo pensione si accetta il rischio dei mercati, ma si ottengono tre vantaggi che il TFR in azienda non ha: la tassazione finale più bassa, la deducibilità di eventuali versamenti volontari e, nei fondi negoziali di categoria, il contributo aggiuntivo del datore di lavoro, che si ottiene solo aderendo.
La scelta non è per sempre in un verso solo: dal TFR in azienda si può passare al fondo in qualsiasi momento, mentre il contrario non si può fare. È la ragione per cui chi è indeciso perde qualcosa a restare fermo.
Anticipi e tassazione
Il TFR si può chiedere in anticipo, ma non a piacere: la legge prevede un'anticipazione fino al 70% dopo otto anni di servizio presso lo stesso datore, per motivi tipizzati come spese sanitarie straordinarie, acquisto della prima casa per sé o per i figli, e i congedi previsti dalla legge. I contratti collettivi possono essere più larghi, ma non più stretti.
Sulla liquidazione finale si applica la tassazione separata, non l'IRPEF dell'anno: l'aliquota si calcola sulla media dei redditi degli ultimi anni, proprio per evitare che una somma maturata in vent'anni finisca tassata come se fosse stata guadagnata tutta insieme. È anche il motivo per cui il netto è più alto di quanto ci si aspetterebbe applicando l'aliquota corrente.
Gli strumenti vicini
Per il netto mensile c'è Stipendio netto e lordo; per capire quanto valdranno domani i soldi accantonati oggi, Calcolatore dell'inflazione e Interesse composto. Per la data di uscita Quando vado in pensione.